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6.1.13

And rightly so

Quindi, per far cessare la diceria, Nerone si inventò dei colpevoli e colpì con pene di estrema crudeltà coloro che, odiati per il loro comportamento contro la morale, il popolo chiamava Cristiani. Colui al quale si doveva questo nome, Cristo, nato sotto l'impero di Tiberio, attraverso il procuratore Ponzio Pilato era stato messo a morte; e quella pericolosa superstizione, repressa sul momento, tornava di nuovo a manifestarsi, non solo in Giudea, luogo d'origine di quella sciagura, ma anche a Roma, dove confluisce e si celebra tutto ciò che d'atroce e vergognoso giunge da ogni parte del mondo. Quindi dapprima vennero arrestati coloro che confessavano, in seguito, grazie alle testimonianze dei primi, fu dichiarato colpevole un gran numero di persone non tanto per il crimine di incendio, quanto per odio nei confronti del genere umano.
Tacito, Annali, XV, 44 (Trovato ieri leggendo Augias). 

Difficile ribattere quando si leggono cose tipo



 Così, spunti.

7.10.12

A proposito di Thom Yorke


Dall'inizio di marzo e ancora adesso a dicembre - come se fosse un'immagine polmone, un modo per rifiatare - continuo a guardare il video di Lotus Flower dei Radiohead, Thom Yorke in bianco e nero come un Charlie Chaplin contemporaneo che ha perso la giacca ma ha conservato la bombetta, una marionetta mobile e snodabile, sciamanica, instabile, un occhio aperto e uno chiuso, il corpo ebefrenico e poi di colpo inerte, groggy e minerale, una statuetta animata con la barba di una settimana e le braccia che brancolano ritagliando lo spazio e reinventandolo, rendendolo vitale.
Thom Yorke, penso caricando per l'ennesima volta consecutiva il video su YouTube, è molto più di un compositore-cantante: è il ricordo vivente di una selvatichezza che resta nonostatnte tutto smaniosa di esistere, patologia organica che si è fatta coreografia, un'iguana sottile che scorre dentro la vita rettile, il geroglifico di un corpo umano immerso nel post-umano: uno Charlot in rivolta, senza monello e senza sentiero che si perde all'orizzonte da poter percorrere mano nella mano con Paulette Goddard alla fine del film, perché non c'è più Paulette Goddard, non c'è il sentero, non c'è il finale e non c'è neanche il filme, dunque a Charlot tocca stare da solo in uno spazio nero, sullo sfondo i frammenti di un hangar, non si capisce se una struttura industriale dismessa o il dietro le quinte di un teatro di lamiera, nei versi della canzone - I will shink and I will dispappear | I will slip into the groove and cut me off - un desiderio di scomparsa.
L'umano ai tempi dei Radiohead è un astronautoa in maniche di chamici aibanca sospeso nel nero sideralle dell'amore che scompare.
Giorgio Vasta (a cura di), Presente, Einaudi To 2012, pp. 272-273. 

31.3.12

Ambizioni

-Ambizioni particolari nella vita?
- Uscirne vivo.
Don DeLillo, Americana, 1971, ed. Einaudi, To, 2008, p. 304.

20.11.11

La fine della democrazia

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Se non fosse stato per Roosevelt, la via d’uscita dalla Grande Depressione l’avrebbero individuata solo le terapie autoritarie di Stalin, Mussolini e Hitler. Nel 1929 il capitalismo senza regole era arrivato a un passo dall’uccidere la democrazia liberale.

Anche oggi la democrazia è in pericolo: la Grande Contrazione iniziata nel 2008 contiene una minaccia perfino più insidiosa rispetto alle condizioni degli anni Trenta. […] Nel 1929 il crollo di Wall Street mise in difficoltà anche tanti ricchi americani, oggi da un crac di Borsa i ceti privilegiati possono tutelarsi in tanti modi: i loro hedge fund giostrano di volta in volta tra franco svizzero e oro, materie prime e paesi emergenti, o giocano alla speculazione ribassista che rea guadagni per pochi quando tutto sembra precipitare. […] Oggi quella connessione si è spezzata, perciò in tanti paesi d’Occidente si possono stracciare impunemente contratti sociali che avevano retto la coesione nazionale per decenni: chi sta in alto non ne ha più bisogno. Si sono attenuate, fin quasi a scomparire, quelle interdipendenze che un tempo creavano un minimo denominatore di interessi comuni tra le classi all’interno di uno Stato-nazione.

Ciò si accompagna a forme di derive plutocratiche, che s’insinuano dentro i gangli delle democrazie liberali. il berlusconismo volgare e gaudente, in quest’ottica, è una patologia mostruosa, ma non è che la degenerazione di morbi presente anche in altre democrazie più antiche e più sane della nostra. Il ruolo svolto dai grandi finanziatori delle campagne elettorali nella politica americana è inquietante. […] Dappertutto la deriva plutocratica è reale. Non è un golpe, passa attraverso il consenso: ampi strati della popolazione americana, per esempio, votano “contro i loro interessi” da trent’anni, sposando politiche fiscali regressive che beneficiano una ristretta minoranza perché sono convinti che le ricette della sinistra siano rovinose. Da qui dobbiamo ripartire. Perché se non salviamo noi la democrazia, chi lo farà?

New York, 26 settembre 2011

F. Rampini, Alla mia Sinistra, Mondadori, Mi, 2011, pp. 28.30.

4.9.11

Discorso sulla servitù volontaria

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Ma, Dio mio, che cosa è mai questa? Come diremo che si chiami? Di che sventura si tratta? Quale vizio, o meglio quale orribile vizio veder un numero infinito di uomini non obbedire ma servire; non essere governati, ma tiranneggiati, senza più avere come propri né beni, né genitori, né donne, né figli e neanche la loro stessa vita; subire le rapine, i brigantaggi, le crudeltà non da un esercito, non da un’orda di barbari, contro cui si dovrebbe dare il proprio sangue e la propria vita, ma da uno solo; non da un Ercole o da un Sansone, ma da un qualche omuncolo che spesso è il più vigliacco e il più effeminato della nazione.
Étienne De La Boétie, Discorso sulla servitù volontaria, Chiarelettere, Torino, 2011, p. 6. (1ª ed. 1576).

29.5.11

La gente che sta bene

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Ho la testa che scoppia, mi faccio spazio tra i capannelli, attento a non rovesciare il calice di vino bianco che qualcuno mi ha messo in mano. Tengo gli occhi bassi nel tentativo di non farmi intercettare da nessuno, e c’è un caldo sfiancante, e un brusio insopportabile che sovrasta la musica, e ascolto discorsi sul crollo delle certezze, e le varietà rinomate di caffè, e lo sciopero alla Scala, e il sacrosanto diritto alla privacy, e il grasso che cola, e i pm politicizzati, e l’allenatore più gettonato, e le visioni consolatorie, e i difetti che noi tutti conosciamo, e gli artefici del proprio destino, e le due settimane in montagna senza i bambini,

21.5.11

Il ritorno di Massimo Fini

Finalmente un pezzo degno del Fini di una volta; senza livide tirate oscurantiste, e rancidi personalismi. Lasciamoli a Von Trier quelli.

TRUFFA DEMOCRATICA

di Massimo Fini

Me lo aspettavo. Me lo aspettavo che le rivolte maghrebine si sarebbero estese ai Paesi democratici del Mediterraneo. Ha cominciato la Spagna. Decine di migliaia di giovani che si definiscono 'indignados' occupano da giorni Puerta del Sol a Madrid, l'ombelico della vita e del potere spagnolo (che ha lo stesso significato simbolico di piazza Tahrir del Cairo) le piazze di Barcellona, di Siviglia, di Granada e di decine di altre città iberiche. Gli 'indignados' si sono autoconvocati, come in Tunisia, come in Egitto, attraverso Internet, Twitter, Facebook. Ma la similitudine non si ferma a queste somiglianze formali. I contenuti sono gli stessi. In Tunisia il detonatore della rivolta fu la tragedia di un giovane ingegnere che, costretto a fare l'ambulante, si diede fuoco quando gli fu sequestrata la sua misera bancarella. Anche in Spagna, come del resto in Italia, esiste una disoccupazione intellettuale giovanile altissima. Sono gli effetti combinati della modernizzazione e della globalizzazione che è, in estrema sintesi, una spietata gara fra Stati, per rimanere competitivi, per restare sul mercato, che ha strangolato prima i Paesi del Terzo mondo poi Paesi più strutturati, come la Tunisia, l'Egitto, l'Algeria e ora lambisce le coste del Mediterraneo occidentale, la Grecia, il Portogallo, la Spagna e, nonostante tutte le rassicurazioni in contrario, anche l'Italia.

8.5.11

Il club degli incorreggibili ottimisti

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Ogni giorno che passava rendeva l’assenza di Cécile più dolorosa. Leonid cercava di convincermi che bisognava sperare, forzare il destino, aspettare il momento buono.
“Devi essere perseverante” cominciò. “Non sarà la prima donna a cambiare parere”.
“Spiacente di contraddirti” lo interruppe Igor. “È inutile farsi illusioni. Quando è importante, loro non cambiano parere”.
“Non è vero!” urlò Leonid.
Si lanciarono in una discussione interminabile e animata. Senza accorgersene, parlarono in russo. Igor se ne rese conto per primo e tornò al francese.
“Non riusciamo a metterci d’accordo. Non si sa se è meglio aspettare e sperare o farsi una ragione e rinunciare”.
“Domani andrà meglio. Spiacente di constatarlo Igor Emilevic, ma sei negativo. Io sono ottimista”.
“Sono ottimista anch’io” disse Igor. “Il peggio è davanti a noi. Rallegriamoci di quello che abbiamo”.

Il club degli incorreggibili ottimisti, Cit., p. 429.

Fantastico.

Sapiens

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Io sono come tutti gli altri, se non fossi scappato, sarei nel profondo della Siberia. In un buco gelato. Mi godo ogni nuovo giorno come se fosse un regalo. Per anni ho lavorato come un pazzo, senza badare a orari, senza riposarmi. Per niente. Tempo che mi era stato dato e che io ho perso. Oggi, leggo, dormo, ascolto i concerti alla radio, vado a spasso per Parigi, chiacchiero con la gente, vado al cinema, faccio la siesta, nutro i gatti del quartiere, e quando non ho più il becco d’un quattrino, trovo il modo di arrangiarmi oppure vado a lavorare. Il minimo indispensabile. Non sono mai stato così felice in vita mia. Lo scandalo non è lo sfruttamento, è la nostra stupidità. […] Il giorno della grande separazione, chi ha avuto ragione non è stato il fesso che è sceso dall’albero per diventare sapiens, è stata la scimmia che ha continuato a raccogliere i frutti grattandosi la pancia. Gli uomini non hanno capito niente dell’Evoluzione. Chi lavora è il re dei coglioni.

Jean-Michel Guenassia, Il club degli incorreggibili ottimisti, Adriano Salani Editore, 2011, p. 463.

30.1.11

2011 Odissea nello strazio

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Non chiediamo nessun rogo di libri, intendiamoci. Semplicemente inviteremo tutte le scuole del Veneto a non adottare, far leggere o conservare nelle biblioteche i testi diseducativi degli autori che hanno firmato l'appello a favore di Cesare Battisti.

Citazione di una persona che su questo blog non ci vogliam neanche mettere il nome perché è diseducativa. Ma comunque non nuova a impervie operazioni culturali.

Piccolo estratto da una storia dai contorni nebulosi e dai contenuti torbidi, che, pur avendo valicato i confini nazionali, suscita più che altro senso di piccolezza, e miseria, e l’infinito sbigottimento di questa redazione al cospetto di un assessore regionale che dalla faccia non gli si farebbe neanche scegliere le mele al banco ortofrutta, e invece è pagata fior di soldi per uscirsene con idiozie. Senza offesa.

23.1.11

Avanti il prossimo

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Meglio guardare avanti va.

Grande esperto ti diserto

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No no e no.

L’attento lettore di codesta morale operetta ben saprà che energie fossero state dissipate per l’acquisto de La democrazia dispotica di Michele Ciliberto, Sagittari Laterza, 2011, pp. 199, € 18.00 che prometteva di essere un testo che

Si sofferma su alcuni classici della democrazia fra Otto e Novecento e su questo sfondo interpreta il fenomeno del berlusconismo.

E quindi né l’attento lettore né lo stupefatto autore avrebbero mai voluto rispettivamente leggere e scrivere quello che segue, e cioè che con dolore l’uno deve comunicare all’altro, e l’altro apprendere che, a dispetto di tutto, non ci si attendeva di trovarsi invece davanti a una estenuante sequela di fiappe anatomie ermeneutiche inflitte a più che mai cadaverici autori del passato, per un buon due terzi; e poi da pagina 146 ad un saggetto di infima levatura sui caratteri autoritari del berlusconismo come degenerazione personalistica ed eversiva a trazione mediatica accentuata dall’evanescenza colpevole dell’opposizione. Ma vacca puttana. Grazie al cazzo. Dieci centesimi di merda a pagina.


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Seconda ma non meno bruciante delusione di questi giorni la bieca operazione dei vituperevoli Editori Riuniti che non mi gabberanno se non altro mai più: Bankster, di Elio Lannutti, 2010, pagg. 410, € 15.00 – che sommessamente in copertina annuncia:

Non c'è angolo dell'economia nazionale e internazionale che non venga messo a ferro e fuoco dall'inchiesta di Lannutti

Bisogna dunque immaginarsi con che umore il lettore, anche affezionato al Lannutti, poverino, abbandoni a pagina 306 questa sorta di insopportabile elefantiaca intervista-flusso di coscienza che è l’anomalo contenitore scelto per un’operazione a metà tra l’autopromozione politica dell’autore (protagonista di un’azione peraltro meritoria) e il frettoloso approssimativo tratteggio di una serie di colossali problematiche e vicende contemporanee che, lungi dall’essere messe a ferro e fuoco da questa, che tutto si può definire tranne che inchiesta, alla fine restano in un’ombra ancor più fitta di quanto non fossero prima per il povero lettore che, lui sì, messo a ferro e fuoco da un continuo alternarsi di domande pilotate e risposte inconcludenti, non si sa come faccia ad arrivare in fondo.

16.1.11

In forma patologica, il berlusconismo appartiene alle vicende, e alle metamorfosi, della democrazia ‘dei moderni’ e delle sue crisi; e deve essere situato su questa lunghissima onda, se si vuole effettivamente comprenderlo, criticarlo o rifiutarlo.

Non si tratta – conviene ribadirlo – di un problema solo italiano, ‘provinciale’; né di una patologia che coinvolge solo la destra. È una tendenza generale dell’epoca nella quale si intrecciano, in modi complessi, dispotismo, plebiscitarismo, populismo, dinamiche di tipo carismatico. Essa ha investito anche le forze del centrosinistra che – per cercare di ristabilire un nuovo circuito di comunicazione tra “governanti” e “governati” – si sono affidate, in Italia, alla ‘tecnica’ delle ‘primarie’. Le quali, in una sorta di eterogenesi dei fini, invece di riattivare la dinamica democratica (come è pur sembrato, in una prima fase), si sono progressivamente rovesciate in una forma di plebiscitarismo carismatico che ha accentuato, in chiave demagogica e populistica, la crisi della democrazia italiana.

M. Ciliberto, La democrazia dispotica, Laterza, Roma-Bari, 2011, p. XIV.

La democrazia dispotica

O “Il mio ragazzo”

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Il mio fraterno amico e fido compagno al primo tocco si anima come non fossero tre i mesi passati dall’ultimo languido incontro, e così in mezz’ora casa-Feltrinelli-casa; prima uscita del 2011 che tra l’altro in una giornata che più o meno appariva a poche vie di distanza circa così:

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anche il giubbottone invernale di recente (e non abbordabile) acquisto – pur non avendo velleità tecniche di sorta e in condizioni di temperatura non rigida dà accettabile prova di sé.

Ed eccoci qui.

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A noi.

E che sia all’altezza.

28.12.10

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[i] derivati […] sono dodici volte il Pil del mondo: quelli fuori bilancio ammontavano lo scorso anno a 700.000 miliardi contro un Pil (l’economia reale prodotta dalla fatica degli uomini) pari a 55.000 miliardi.

Basta guardare le due cifre a confronto per rendersi conto della situazione che si è determinata e i profitti straordinari che banchieri e dirigenti hanno realizzato a vantaggio dei ceti sociali, dipendenti, pensionati, giovani, che hanno perduto il lavoro o vanno avanti con redditi che non sono in grado di assicurare la sopravvivenza.

Nicola Tranfaglia, Storia in nero delle banche, FQ, p. 18.

Per concludere degnamente una triade iniziata e proseguita del tutto casualmente sul tema, da Capitalism a love story, al mediocre Wall Street, questo libro che sono già in piedi per andare a comprare sembra poter far bestemmiare anche i muri.

12.12.10

La lobby di Dio

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“Uno di loro, avvicinato al self-service, lo ammette chiaramente: «Sai, sono entrato perché Cl ti aiuta in tutto. Io non avevo amici, vivo in un paesino della Calabria, vorrei fare il giornalista ma non ho chance… in Cl mi stanno dando una mano in tante cose. Certo è pesante trascorrere qui una settimana, con questo caldo. E lavorare gratis, come un negro. Pensa che pur lavorando come un pazzo mi devo pagare tutto, viaggio e soggiorno… »”.

F. Pinotti, La lobby di Dio, ed. Chiarelettere, Mi, 2010, p. 13.



12.9.10

Furto con scazzo

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Quando ho visto la pubblicità in internet ho pensato, bello, libro nuovo di Nick Hornby, storia divertente, espediente iniziale geniale, lo compro. Vado, lo trovo: anoressico. Un racconto. Settanta pagine. Dieci euri. Ma non c’ho pensato molto che ero uscito proprio per quello. E sono straordinariamente liberale nelle spese da un po’ per marcare tangibilmente il mio passaggio di status.

Lo compro e non guardo dentro.

Insomma per farla breve, poi arrivi, lo apri e trovi l’accurata edizione Guanda in Times New Roman 23 per non udenti, interlinea in fila per sei col resto di due: saran dieci cartelle. Si legge in venti minuti. Una storia tutto sommato insulsa, indegna anche di scrittori meno degni di Hornby.

Per dieci euri.


22.8.10

Venus Bilal

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Volevo assolutamente dargli il giusto peso; e non ce l’ho mica fatta, in due settimane. Comunque. Bilal, di Fabrizio Gatti, che è un signore e maestro di giornalismo e vita, come ce n’è pochi, è un grande reportage. Non ce l’ho neanche qui, che l’ho prestato ma forse è meglio così, tanto c’erano tante di quelle citazioni; sarebbe stato inutile. La storia di Bilal/Gatti, dal Niger alla Libia in camion nel deserto, con i disperati, dalla Puglia dei braccianti al Centro di permanenza temporanea di Lampedusa, è innanzitutto un atto di coraggio dello scrittore, e poi un’epopea moderna tragica, ma tragica, che dovrebbero leggerla alle scuole, non Manzoni. Se lo leggono. Dovrebbero saperlo a memoria i leghisti. I razzisti. I missini. I semplicisti. I democratici di sinistra. I cattocomunisti. Tutti. Io per cominciare do l’esempio. Non si può neanche dirlo, a parole, questo racconto, senza offendere le vite che ci son dentro, senza sputarci su – è meglio far silenzio.

Ma però, come per caso, questa è l’altra faccia della medaglia, di una medaglia appunto, che è l’argomento del documentario del Venus Project che ho visto oggi: il denaro è debito, il debito è denaro, la scarsità è profitto.

Speculare, yin e yang.

“La maggior parte della popolazione negli USA non ha idea del fatto che sta godendo dei benefici di un impero clandestino, e che oggi c’è ancora più schiavitù nel mondo che mai prima d’ora.”

Ecco Bilal è l’allucinato documento dell’esistenza e sull’esistenza di quegli schiavi – della vita di chi è come il ritratto di Dorian Gray del mondo nostro, privilegiato, che non son mica solo gli americani.

E allora, siccome ormai il tempo stringe, mi è capitato di guardare questo Zeitgeist Addendum, grazie alle segnalazioni sempre d’avanguardia di Gianni sul signoraggio, adesso che il giorno sta finendo, e mi pareva esserci questo intimo legame, mi sembrava il caso di postare prima che fosse troppo tardi. Poi c’è anche molto altro in Zeitgeist Addendum, c’è John Perkins il Sicario dell’economia che è interessante, i discorsi sulle energie rinnovabili, e anche una chiusa etico-panteistica un po’ così, però. Ecco.


21.8.10

Il padrone dell’Alcatraz, il ministro, e l’eversione

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Cosa c’entrano il proprietario del noto locale milanese “Alcatraz” dove c’han suonato anche gli Ain’t, ma io non c’ero andato – non so perché – con Ignazio La Russa e le trame nere dell’eversione?

“Enrico Rovelli, il ‘compagno anarchico’ che corse a portare la foto di Bertoli, quella inserita sul passaporto falso usato per l’espatrio, al commissario Luigi Calabresi (Rovelli fu anche informatore dell’ufficio Affari riservati, con il nome in codice ‘Anna Bolena’: in cambio dei suoi servizi avrebbe avuto un occhio di riguardo dalla questura per le licenze e per la sua carriera di manager musicale, gestore prima del Carta vetrata di Bollate, poi del Rolling Stone di Milano, infine impresario di pop star come Patty Pravo e Vasco Rossi e oggi proprietario dell’Alcatraz di Milano, oltre che grande amico di Ignazio La Russa”.

F. Barbacetto, Il Grande Vecchio, Bur, Milano 2009, p. 172.

Ecco.

Non credo serva aggiungere altro; questo libro, quattrocento pagine tutte così. Meglio. Gli ultimi quarant’anni (almeno) di storia d’Italia son così: trovi quello che fa l’informatore dei servizi segreti, poi terrorista, e poi imprenditore di successo oppure narcotrafficante; l’altro che fa finta d’esser terrorista anarchico e invece è fascista. Al soldo dei servizi di sicurezza. E di Gladio. E il Sid è pieno di piduisti; e Gelli nel ‘70 fa il golpe Borghese, che ha già occupato il Viminale ma arriva il contrordine, a lui, al principe Borghese, e ai mafiosi venuti per ammazzare il questore.

Si può raccontare una storia così? Mille nomi, mille loschi figuri, criminali, terroristi, mafiosi, politici e servizi, che trovano sempre il modo a distanza di chilometri e di decenni, di risaltar fuori, non si capisce perché, e a far cosa. Vogliam parlare delle BR, delle convergenze parallele? Non si può.

D’altronde, non riesco neanche a finirlo, prima di domani. E se non lo finisco domani, tanto vale parlarne prima di tornare ai caloriferi, che poi chissà quando mai c’arrivo.

Così.