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29.9.13

Il potere all’assalto dei confini fragili tra Stato e Antistato

di Gustavo Zagrebelsky

DALL’OMICIDIO LIMA ALLE STRAGI DI MAFIA FINO A OGGI LA REPUBBLICA MALATA RACCONTATA DA SANDRA BONSANTI

Nell’esercizio di memoria che Sandra Bonsanti ci propone, sono ripercorse le tappe principali della storia nichilista e criminale del rapporto potere-denaro svoltosi negli ultimi decenni e nascosto sotto il manto della democrazia. Questa è la chiave per la comprensione di che cosa significa il titolo dell’ultimo capitolo: ‘Stato e Antistato’, dove si discute del rapporto degenerato tra queste due realtà con riferimento soprattutto al passaggio capitale (e tuttora rimasto avvolto nel mistero) dell’uccisione di Salvo Lima, della stagione delle stragi, del riassetto, tramite trattative, dei rapporti con la politica, dell’isolamento di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e del criminale abbandono alla violenza mafiosa di cui sono stati vittime.     

4.8.13

Grazia, una parolina familiare a Re Giorgio

di Bruno Tinti 

LA CONDANNA DI B.

 

PdL - uomini liberi che vogliono restare liberi. Soprattutto non vogliono andare in prigione. Che è già una buona descrizione di B&C. A rifletterci bene di questi tempi se ne potrebbe proporre un’altra: sono sostanzialmente monarchici. Solo a gente così poteva venire in mente di ricattare il Presidente della Repubblica: la grazia o facciamo cadere il governo. Sono rimasti ai tempi dei sovrani assoluti, quando Re e Stato si identificavano, quando si pensava che, siccome i delitti “turbavano la pace del Re”, il Re, e solo il Re, poteva perdonare. Una prerogativa assoluta propria di un sovrano assoluto. Per gente così lo Stato di diritto, lo Stato costituzionale, la separazione dei poteri, l’intangibilità del giudicato, sono tutte elaborazioni politiche e giuridiche sconosciute. Il che è grave, non tanto sotto il profilo ideologico (ognuno ha il diritto di pensarla come crede) ma sotto quello culturale.     
PERCHÉ, ormai, sulla grazia, sui suoi limiti e motivazioni, sono state scritte molte pagine; in particolare alcune che contano assai, quelle della Corte Costituzionale:

7.7.13

A chi giova stravolgere la nostra Costituzione

di Furio Colombo 

ATTACCO ALL’ART. 138


Sta accadendo un fatto strano e difficile da spiegare, che appare più fisiologico che politico o giuridico: la Costituzione si sta trasformando. Cambia di colpo in punti vitali. Per esempio è in atto un progetto che sta svolgendosi all’insaputa dei cittadini, ed è bene saperlo. Il progetto è di mettere mano al-l’art. 138 della Costituzione, o meglio di cominciare di lì. Quell’articolo è un cardine: impedisce che la Costituzione possa essere facilmente e liberamente manomessa al di fuori della complessa procedura costituzionale. Prescrive due volte il voto di ciascuna camera, e un referendum popolare di approvazione finale. Invece la Commissione dei 40, che segue, nella stranezza e nella anomalia, quella dei dieci saggi che all’inizio di tutta questa vicenda, erano stati chiamati a consigliare il Quirinale, comincerà proprio da qui, (queste sono le istruzioni) da un ritocco che renda inutile la barriera dell’art. 138. Si può fare senza una garanzia - ovvero senza che il progetto sia previsto e concordato, fra la politica (così come essa è rappresentata nel governo) e le Istituzioni?     

21.4.13

The King is back (e c'è il perché)

QUIRINALE

Un Presidente lo abbiamo ma non è quello che serviva

di Bruno Tinti

Un Presidente della Repubblica ce l’abbiamo. Ma non è quello che ci serviva. Per tante ragioni. Prima di tutto perché non è stato un buon Presidente nel settennato appena trascorso. I suoi estimatori dimenticano (con una faccia di tolla invereconda) che Napolitano ha promulgato tutte le leggi vergogna che B. si era costruito per sfuggire alla galera (non solo i vari lodi sull'immunita, ma anche il legittimo impedimento). Ha firmato anche, senza battere ciglio, la legge sullo scudo fiscale e una legge sulla corruzione che non vale la carta (anche poca) su cui è stata scritta.     

7.4.13

Sette anni, e sentirli

Marco Travaglio, FQ, p. 1


 

Si avvicina il giorno dell’inventario dei danni fatti in questi sette anni da Giorgio Napolitano. Dalle firme apposte alla velocità della luce sulla peggiori leggi vergogna di B., in gran parte incostituzionali, ai continui moniti a ogni indagine giudiziaria che coinvolgesse il potere (Unipol-Antonveneta, Potenza, Why Not, Salerno-Catanzaro, Rai-Mediaset, lady Mastella, Rifiutopoli a Napoli, Ruby, trattativa Stato-mafia) contro il presunto “scontro fra politica e magistratura” che mettevano sullo stesso piano i politici aggressori e i pm aggrediti. Dalla riabilitazione di Craxi agli attacchi a Grillo proprio alla vigilia di tornate elettorali. Dal progressivo ampliamento dei poteri e delle prerogative presidenziali, ben oltre i limiti della Costituzione, fino alla pretesa da monarca assoluto di non essere ascoltato neppure quando parla con un inquisito intercettato. Dalle interferenze nell’indagine palermitana sulla trattativa per conto di Mancino al recente, incredibile diktat ai magistrati (che han subito obbedito senza fiatare) di sospendere i processi a B. per marzo-aprile in nome di inesistenti impedimenti politico-istituzionali.     

23.1.11

Poco da ridere

E poco da esultare.

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Toto’ Cuffaro.

La coppola, i cannoli, la voce della pubertà di Paperino.

Per la Cassazione – definitiva, Storia – ha assistito e favorito Cosa nostra.

La mafia. Lupare, eroina, i cadaveri nelle macchine; teli sui marciapiedi e rivoli di sangue.

Cuffaro.

La verità della Cassazione ha qualcosa di incomprensibile; eticamente, esteticamente, antropologicamente. Osceno. E c’è qualcosa di abissale e vertiginoso anche nel Cuffaro consapevole della caduta; già da prima della condanna. Nell’attesa, nelle dichiarazioni. Da uomo di Stato.

Ecco perché la prima pagina del Fatto Quotidiano di oggi fa un po’ schifo, esibizione trionfante com’è di un uomo in un momento letteralmente tragico; perché gli anni son lunghi per tutti. Non è uno scherzo, che si tratti di uno spacciatore, un ladro o un ex senatore, andare in galera.

A parte che non c’è niente da gioire, dato il quadro che emerge, in cui la politica ha fatto da olio, da materiale di consumo e strumento per ingranaggi più grandi di lei – mafiosi – è stata serva di una criminalità che s’è mangiata tutto e ormai muove le istituzioni come un burattinaio, forse per l’uomo, alla luce delle ultime ore, si sarebbe potuto avere un filo più di tatto.

20.11.10

Le fabuleux destin de Marcel Dell’Utrì

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L’intervista di Dell’Utri al cosiddetto Tg1, spaccato da una telecrazia del terzo millennio. Cioè lo spettatore del telegiornale, non edotto per altra via delle vicende oggetto del processo al parlamentare, esposto a medie radiazioni di informazione come male necessario e inevitabile.

Ecco allora l’imputato (le cui parole nel processo non contano niente, conteranno tanto in un’intervista) spiegare d’aver subito quindici anni di processo e due condanne perché, incauto, aveva assunto Vittorio Mangano come fattore ad Arcore, senza minimamente sapere che fosse mafioso, e sulla base di illazioni e speculazioni, una Corte di Appello della Repubblica gli ha comminato sette anni di reclusione.

Il bello è che si è costretti a parlare di Mangano perché la pressione dell’informazione non controllata è stata tale e tanta, che ormai il nome Mangano – fastidiosissima e imbarazzante vicenda – è entrato, tra un accenno e un ammicco, una polemica e una richiesta di chiarimento, nella testa di tutti, e anche in televisione. Senza probabilmente che molti sappiano precisamente perché e percome. E allora si cita quell’unico fatto, di più o meno dominio pubblico, per indurre a credere il volgo bruto e vile che davvero uno possa essere condannato per concorso esterno perché ha chiamato a Milano un mite concittadino palermitano che poi si scopre essere un feroce criminale (ed eroe).

Peccato Marcello. Peccato Silvio. Di volgo bruto e vile a credervi ce ne avete ancora tanto dietro. Ma finita la scorta di coltivatori diretti, manovali e analfabeti di ritorno in ogni categoria, prima o poi, la gente che ha un’idea delle cose di cui si parla e non si fa prendere per il naso dovrà pur prevalere. Deve.


L’antimafia dei fatti

o “As it began”

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Semmai c’è da notare come i giudici più benevoli che Dell’Utri abbia mai incontrato nella sua lunga carriera di imputato non abbiano potuto fare a meno di citare in una sentenza di mafia Silvio Berlusconi per ben 440 volte, mettendo nero su bianco che: per vent’anni Dell’Utri è stato “il mediatore” e lo “specifico canale di collegamento” tra Cosa Nostra e B. […]; che “ha apportato un consapevole e valido contributo al consolidamento e al rafforzamento del sodalizio mafioso” […]

Per vent’anni, fino al 1992 mentre esplodevano le bombe, B. versò sistematicamente a Cosa Nostra “ingenti somme di denaro in cambio della protezione alla sua persona e ai suoi familiari” e della “messa a posto” delle tv Fininvest in Sicilia. In pratica il nostro premier non denunciò mai alle forze dell’ordine attentati e minacce della mafia, ma preferì farsi proteggere dai mafiosi. Cioè: abbiamo un presidente del Consiglio che per vent’anni ha finanziato la mafia degli omicidi eccellenti e delle stragi, mentre il suo braccio destro che siede in Senato è un mafioso “esterno” infiltrato nelle istituzioni.

Marco Travaglio, Coso Nostro, Fq, p. 1 a proposito della sentenza di condanna in appello a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa del co-fondatore di Forza Italia, parlamentare PdL, amico storico del Presidente del Consiglio dei Ministri Marcello Dell’Utri.

Questa è storia.

14.11.10

L’uomo senza qualità

Tranne, forse, quella di far schifo

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Nicola Mancino, [ex] vicepresidente del Csm, […] lunedì scorso si è presentato in commissione Antimafia, a palazzo San Macuto, con la sua agenda da tavolo, la stessa che ha mostrato pochi mesi fa alle telecamere di La7, per far vedere ai commissari che alla data del 1 luglio del ’92, il giorno del suo insediamento al Viminale (e dell’incontro con Paolo Borsellino) c’era solo un foglio bianco. “Quel giorno – ha detto il senatore Mancino – non annotai alcun incontro con il giudice Borsellino”. Ma l’ex ministro non ha fatto i conti con lo scetticismo di Angela Napoli (Fli) che gli ha chiesto se 5 giorni dopo,il 6 luglio, fosse venuto a Palermo. E alla sua risposta affermativa la deputata lo ha sollecitato a mostrare la pagina relativa dell’agenda: anche in quel caso, tra sussurri e risate soffocate dei commissari dell’Antimafia, il vicepresidente del Csm è stato costretto a mostrare un foglio bianco. Un siparietto triste su una materia che ancora scotta sulla carne viva del Paese, che francamente si poteva risparmiare.

Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, FQ, p. 7.


12.11.10

Can you picture what will be

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Eccola. La caduta simultanea di tutti i pilastri, l’implosione di un sistema di potere fondato sul sangue e nutrito di palle e spot, con grandi sfondi blu. La nuvoletta bianca fantozziana finalmente si dirada come la confusione dopo il risveglio da un incubo, e scopre un paesaggio di sfascio e macerie.

Ma almeno è la verità. Almeno è la fine.

Il cerchio si chiude.

19.9.10

A un passo

Don Vito nei suoi appunti, decine e decine di fogli, scritti a mano e a macchina, si definisce con Dell’Utri e indirettamente con Berlusconi “figli dello stesso sistema… della stessa Lupa”. E si chiede come mai lui venga condannato e gli vengano sequestra-ti i beni, mentre Dell’Utri e Berlusconi restino persone “pulite” al di sopra di ogni sospetto.

Materiale prezioso al vaglio dei magistrati di Palermo e Caltanissetta, che per la prima volta potrebbero dare corpo ai tanti sospetti sull’origine del successo del Berlusconi imprenditore.

Sandra Amurri, Fq, p. 9.


17.9.10

L’uomo della ‘ndrina

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Riconosciuto braccio politico di una cosca calabrese, il piede di porco umano nelle istituzioni di una banda di assassini, estortori, strozzini, spacciatori, che ha messo in ginocchio una regione intera e protende sempre più avidi tentacoli al nord, condannato per riciclaggio, un uomo può PATTEGGIARE, cioè dice sì, sì, è vero, mi sono prestato a piegare la democrazia parlamentare ai desiderata e agli interessi di una masnada di ladri, pecorari e criminali, lo ammetto (e non serve neanche far finta di pentirsi) – e prende CINQUE ANNI?

Meno tre di indulto, meno un po’ fatti, va ai domiciliari. E poi può fare APPELLO?

Ma questi cacchio di patteggiamenti non dovrebbero servire a sgorgare la palude dei tribunali e snellire la giustizia? Allora serviranno per scippatori e ladri di mozzarelle, che tanto chissenefrega, solo portarli in aula han già preso paura per la vita; ma un uomo che ha venduto la suprema istanza democratica, il seggio parlamentare, a dei pervertiti morali, avanzi di galera. Non so; ha senso?

12.9.10

Il sangue verde

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VIVO IN UN TEMPO CHE SEPARA GLI ORIZZONTI,
CHE INSEGNA AL DESTINO IL PRIVILEGIO DELLA POSIZIONE
SU QUESTA TERRA, IN QUESTO TEMPO,
ESISTE UNA MINORANZA  CHE HA IL DIRITTO DI VIAGGIARE
E UNA MAGGIORANZA A CUI E' AMPIAMENTE NEGATO.
DI QUESTA MAGGIORANZA ALCUNI,
MOLTO POCHI A DIRE IL VERO,
DECIDONO DI NON RISPETTARE LE REGOLE
E DI METTERSI IN VIAGGIO LO STESSO.
VERSO LE TERRE DELLA MINORANZA
PER ACCEDERE ALLE SUE VANITOSE MA PROTETTE  RICCHEZZE.
PER OSMOSI. PER BISOGNO.
PER REAZIONE ALLA STORIA.
CONTRO DI LORO LA MINORANZA DELLA TERRA
URLA, ARRESTA, RESPINGE.
FINANZIA CONFINI, CAMPI, DITTATURE.
DIFFONDE PAURE E RACCOGLIE CONSENSI.
PROTEGGE CON LA FORZA LA PROPRIA POSIZIONE,
TRACCIA CON IL POTERE IL PROPRIO ORIZZONTE.
NON PER ESPELLERE, MA PER SFRUTTARE.
IGNARI I VIAGGIATORI NON AUTORIZZATI,
QUELLI CHE DI LORO SOPRAVVIVONO AL VIAGGIO,
APPRODANO IN UNA DELLE TERRE DELLA MINORANZA.
LI' NON LI ASPETTA NESSUNA GENTILE ACCOGLIENZA.
INIZIA INVECE IL TEMPO DELLA PAURA, DELLA REPULSIONE E DELL'ABBANDONO.
E' IL TEMPO DELLA COLPA.
IL TEMPO PERCHE' L'ERRORE DIVENTI INFERNO E L'INFERNO DIVENTI ESEMPIO.

Andrea Segre

Il Sangue Verde racconta un pezzo di questo inferno, in questo tempo.

Lasciando ai viaggiatori non autorizzati il potere della parola e della memoria.
Nella convinzione che nel loro coraggio e nelle loro mani risieda la speranza di riscatto delle terre da cui sono partiti ed in fondo anche di quelle in cui sono arrivati.


11.9.10

C’era una volta

E oggi ancora, di più

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Alla fine del 2003 il buco che Calisto Tanzi lasciava dietro di sé era di 14 miliardi di euro. […] Tanzi era amico di De Mita e su suo consiglio avviò una serie di iniziative che culminarono nel 1984 con l'apertura di uno stabilimento a Nusco. La fabbrica era troppo lontana dall'autostrada (40 km) e troppo vicina a una discarica di rifiuti tossici. Per tamponare la falla il patron di Collecchio ricorse alla legge 216 (post terremoto in Irpinia) chiese aiuti per 8 miliardi, ne ottenne 11.

Senza i politici un imprenditore è perduto, pensava Calisto, così comprò la Margherita yogurt, indebitatissima, su consiglio di Cossiga. Poi la Cipro Sicilia (150 miliardi di debiti) per far contento Mannino, infine aprì stabilimenti in Costarica su sollecitazione di Donatella Dini. Quando crollò la Prima Repubblica finanziò la campagna elettorale di Berlusconi rinunciando allo sconto previsto da Mediaset per la pubblicità delle grandi aziende. Arrivò a finanziare le banche per ottenere crediti, fin quando non è stato arrestato e condannato a 10 anni di carcere. Bancarotta fraudolenta. A restare a terra sono stati i piccoli azionisti che ignari avevano acquistato i “bond”. Grazie al decreto "salva-imprese" Parmalat non fallì, il danno si limitò all'azzeramento azionario.

r.d.g., Fq, riquadro p. 12.

Ma, – aggiungiamo noi –  Calisto Tanzi vive nella sua lussuosa villa, tra gli agi, i quadri e gli ori; chi ha perso i risparmi sudati di una vita, onestamente lavorati pagando le tasse con cui la politica ha pagato Tanzi perché Tanzi potesse pagare la politica, perché se se li prendevan direttamente i soldi, i politici, non va bene, han già provato e si finisce in galera, quelli che han perso tutto c’han solo da stare buoni, e contare fino a chissà quanto – quando ci pensano.

P.s.: L’immagine a corredo, non c’entra un cazzo: è che vedere Totò mi calma.


Adesso o mai più

Fare una legge anticorruzione vera

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Atrani, provincia di Salerno, Italia, duemiladieci.

Arginare la corruzione non è solo una cosa bella e giusta. È l’unico modo di rimettere in sesto un sistema giudiziario allo sbando, che non riesce più a fare fronte al marcio, alla criminalità, all’abusivismo (di cui si muore): non riesce più a far fronte all’emergenza nazionale numero uno, il crimine organizzato travestito da imprenditoria travestita da politica. Il cancro in metastasi dell’Italia, a cui ormai strati sempre più grandi di popolazione, come a un folle e abominevole nazismo del terzo millennio, si stanno abituando.

La criminalità organizzata nata in terronia e che ha cementificato e sfregiato i più bei paesaggi pianeta, oggi, è più forte e sfacciata che mai: ma al Nord. In Padania.

E se non si capisce adesso, che la classe dirigente politico-mafiosa vacilla per motivi più che tutto – io credo – endogeni, cioè perché il sistema di arraffo e corruttela si è fatto talmente diffuso che viene fatalmente ai ferri con se stesso, e poi un po’ anagrafici del leader, che non sa più fare fronte alle spinte centrifughe e gestire (e le indagini, gli scandali, sono una conseguenza più che una causa di questa contingenza), che bisogna mettere un punto e ripartire ora che la resistenza è più debole, e la tentazione di cedere qualcosa (più che altro simbolicamente) nei sacri palazzi può prendere – per paura – più d’uno, come nel 1993 che si son cagati addosso e per non prender più monetine si son tolti lo scudo spaziale dell’autorizzazione a procedere; se non lo si fa adesso – è finita.

Ripristinare il falso in bilancio sciaguratamente abolito, di fatto, dal secondo governo Berlusconi nel 2001-2002.

Mettere mano al sistema della prescrizione (che in questo testo viene affrontata solo in parte): l’ideale sarebbe arrestarne la decorrenza al momento dell’esercizio dell’azione penale,

Legislazione premiale per incentivare il “pentitismo” anche in questo tipo di reati […], si rompe il vincolo di omertà fra corruttore e corrotto e si innesca una corsa a chi arriva prima a denunciare se stesso e l’altro per guadagnarsi l’impunità.

Custodia cautelare obbligatoria per corrotti e corruttori, come per i mafiosi, con sostanziosi aumenti delle pene.

Dalla proposta de Il Fatto Quotidiano, Fq, p. 11.


5.9.10

Il grande vecchio

O il piccolo vecchio con gli alti tacchi

Ma non solo

In fin dei conti si può dire in breve.

L’Italia, dopo la seconda Guerra, era il confine tra Occidente anticomunista e orbita sovietica. Per questo, circa dal 1965 al 1974, c'è stata una “guerra a bassa intensità”, per il dominio dei cuori e delle menti; prima soltanto con atti provocatori (falsi manifesti inneggianti a Mao, scritte, volantini), e poi con gli attacchi terroristici (Milano, Brescia, Peteano, Bologna…) si è tentato di destabilizzare per stabilizzare. Generare un diffuso senso di insicurezza da sanare con una risposta “forte” più volte abbozzata, con un colpo di stato (piano Solo 1964, golpe Borghese 1970). Le braccia della famosa "strategia della tensione" erano vari gruppi militari e criminali, il cervello l'han fatto più o meno i servizi segreti militari nazionali, ordinando, inflitrando, e poi coprendo e depistando, con catene di comando che però partono da Roma e si perdono nei dintorni di Langley, Virginia.

Dal 1974, con la caduta di Nixon e di Kissinger, la strategia di protezione dal comunismo è cambiata: non più terrore per il popolo sperando che scegliesse, o giustificasse, una svolta autoritaria, ma un vasto programma di infiltrazione e occupazione delle istituzioni e degli organi dello Stato da parte di personale fidato: principalmente della loggia massonica P2 di Licio Gelli.

In questo quadro si sono realizzate convergenze e sinergie operative tra ambiti apparentemente lontani: gruppi eversivi, apparati di sicurezza militare (servizi segreti), criminalità organizzata e politica. Gruppi che hanno formato de facto un “network integrato” in cui, in funzione di una comunanza di interessi, l’anticomunismo, sono state tollerate e cavalcate un po’ tutte le forze centrifughe: terrorismo, criminalità, corruzione.

I protagonisti dei diversi centri (politica, crimine, eversione, servizi) hanno così sviluppato poteri immensi, diversi da quelli palesi offerti alla comprensione del pubblico, in una zona franca in cui le guardie difendevano i ladri, mettevano bombe, inquinavano le prove; i ladri contattavano gli statisti, e i politici andavano a scuola dai criminali. Naturalmente tutto questo è servito anche a coltivare finalità diverse da quelle che facevano da presupposto al tacito, segreto, sordido sodalizio: ecco allora le ricchezze inspiegabili, la forza politica della mafia, l’autoperpetuazione del marcio. Tutto sottratto al controllo democratico.

Cordate di potere parallele e occulte, proseguite, nonostante tutto, anche dopo la caduta del muro di Berlino e la fine della minaccia comunista.

Il sistema del “network integrato”, in corrispondenza dell’epocale svolta del 1989-90, ha sì vacillato, scoprendo il fianco alla prima e unica operazione di trasparenza della storia: tangentopoli, 1992-93; ma non è morto. Uno dei soggetti, Cosa Nostra, ha restaurato con gli omicidi eccellenti e le bombe (Roma, Firenze) una nuova “strategia della tensione”, più o meno sicuramente con l’ausilio almeno degli apparati di sicurezza, e molto probabilmente della stessa politica. Ormai solo per autoconservazione. Per perpetuare un segreto passato che è diventato anche un presente inconfessabile. D’altronde, se non si aiutano i vecchi amici.

L’equilibrio è stato restaurato. Con esso è tornata la quotidiana routine del Grande Vecchio, che non è una persona, né un gruppo, né un’ideale romantico: è il Potere come si è sdipanato nel corso dei decenni anche e soprattutto a causa di un esiziale interventismo esterno di un’entità estranea (la Cia) che pur non comprendendo appieno le dinamiche in atto si è avvalsa e ha offerto finanziamenti e sostegno ai soggetti più disparati. L’ha fatto anche in Afghanistan e vediamo com’è finita. Per l’italico Grande Vecchio il pane quotidiano non è stato il Corano, ma la corruzione, la criminalità, l’illegalità.

E siamo qui.

Liberamente tratto da Gianni Barbacetto, Il Grande Vecchio, Bur, 2009.


18.8.10

Abbiam fatto trenta

Facciam anche due merende

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Ero lì che mi stropicciavo beato le barbe finte del Grande Vecchio di Barbacetto, e anche quelle vere, tra chiamate minatorie ai pm che indagavano su Piazza Fontana rintracciate come provenienti dal centralino della Camera, infiltrati dei servizi un po’ in ogni dove, coincidenze sospette, P2, BR, che m’è venuta un po’ di fame. E niente, mentre mangiavo cracker integrali con un etto di tonnata e mezzo chilo di grana (geniale il salutismo), facevo zapping in tv – e cosa mi trovo su RaiNews? La storia sensazionale e a me del tutto ignota del reportage di Ennio Remondino trasmesso durante i mondiali del 1990 dal TG1. Una storia assurda, che praticamente partendo per spiegare l’omicidio nel 1986 del premier svedese Olof Palme, portava alla CIA, alla loggia massonica P2, e alla mafia…

Svezia, Virginia, Arezzo, Sicilia.

Tutto un giro che non si capisce niente, ma comunque dove si arriva a spanne a ricondurre l’assassinio eccellente nella strategia politica americana volta a sobillare e alimentare il conflitto tra Iran e Iraq per tener basso il prezzo del petrolio, ambito nel quale il premier svedese sarebbe rientrato nelle scomode vesti di ostacolo, stante la sua volontà di sospendere le forniture di armi non mi ricordo più se all’Iran, o all’Iraq.

La P2, la mafia, non ho capito cosa c’entrassero, comunque si parlava di un telegramma partito dal Brasile, da Gelli (o forse Ortolani), verso non so dove, comunque che si parlava dell’omicidio o prima che venisse commesso.

Svezia, Virginia, Iran-Iraq, Arezzo, Brasile, Sicilia. E il tg1 trasmette. Che tempi.



15.8.10

La semplicità

Sms di Aldo Busi a Dagospia: “Davvero la Tulliani stava con [Gaucci] per interesse? Noi eravamo convinti che fosse perché era alto, bello e con gli occhi azzurri”.

dal mirabile saggio di Luca Telese sulla svolta del giornalismo “mettinculista”.