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2.6.11

L’ultima bugia

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L’ultima bugia le sfugge uscendo dal Comune. “Lascio un bilancio con un saldo positivo di 48 milioni tra entrate e investimenti”. Sarà stata l'emozione, le lacrime versate poco prima commuovendosi mentre salutava i dipendenti, o forse la necessità di attribuirsi qualche merito dopo 5 anni da primo cittadino, ma Letizia Moratti ha toccato l'argomento sbagliato nel giorno in cui il Sole 24 Ore ha stimato in 500 milioni il disavanzo nella parte di spesa corrente per il 2012. Giuliano Pisapia ha lasciato correre, promettendo (dopo molte insistenze da parte dei giornalisti) che farà esaminare il bilancio. Ha mostrato indifferenza anche alle polemiche del Pd sui toni usati da Nichi Vendola lunedì sera in piazza del Duomo.

Davide Vecchi, Staffetta a Palazzo Marino, FQ, p. 8.

22.5.11

LA CRISI DI ATENE

LA LENTA MARCIA DELLA GRECIA VERSO IL DEFAULT (O LA BANCAROTTA)

di Mario Seminerio (FQ)

Da qualche tempo, nel linguaggio degli eurocrati, è emerso un termine piuttosto singolare: reprofiling. È riferito alla modifica del profilo temporale dei rimborsi del debito greco. Essendo ormai certo che Atene non riuscirà a tornare autonomamente sui mercati dei capitali nel 2012, come invece illusoria-mente previsto all’inizio del salvataggio, si pone ora il problema delle scadenze dei prossimi due anni, e di come reperire altri 30-50 miliardi di euro per coprire il deficit aggiuntivo, in attesa dell’entrata a regime dell’European Stability Mechanism (ESM).

PARTIAMO dal presupposto che la Grecia è insolvente, che non appare in grado di tornare a breve alla solvibilità e che non può uscire dall’euro, perché una simile ipotesi non soltanto non è contemplata dai trattati europei (questo sarebbe comunque un ostacolo superabile), ma tecnicamente non appare fattibile. L’uscita dalla moneta unica non è praticabile perché lo stesso avvio delle procedure di ridenominazione causerebbe una corsa agli sportelli e un deflusso di capitali che affonderebbero il sistema bancario del paese coinvolto. Se anche l’operazione venisse improbabilmente svolta nel cuore della notte, con blocco dei depositi bancari e ridefinizione dei contratti espressi in euro, la nuova valuta verrebbe rapidamente travolta sul mercato dei cambi, causando un crollo del Pil del paese interessato e sommovimenti sociali devastanti, che porterebbero rapidamente a una distruttiva spirale prezzi-salari.

21.5.11

Clear?

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Solo due giorni fa Obama ha proferito per la prima volta, nella storia dell'amicizia simbiotica tra Stati Uniti e Israele, il termine “occupazione” e la frase “Israele entro i confini del ‘67”

Roberta Zunini, Il nuovo piano Usa per il Medio Oriente non convince, Fq, p. 13.

Per la prima volta un presidente degli Stati Uniti dice all’amico, all’alleato, al fratello Stato Ebraico, la più banale, ovvia, sconvolgente verità: la sua esistenza, la sua condotta nei confronti dei vicini arabi, dal 1967, è stata quella di un bullo di quartiere. Ora che questo abominevole aborto storico, che graverà sulla sorte del mondo fino a quando qualcuno tra qualche secolo non ammetterà che è stato un errore marchiano da risolvere, l’infilare un popolo che evitiamo le digressioni in un’area che aveva già i suoi problemi, ora che prosegue la sua politica di bullismo evidentemente disposto all’escalation di tutti i bulli di quartiere che non si redimono, e passano dal furtarello, alla rapina, dall’omicidio alla violenza gratuita, ci voleva qualcuno sano di mente a ricordare i fatti.

Movimento 15-M

Manifesto (En)

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We are ordinary people. We are like you: people, who get up every morning to study, work or find a job, people who have family and friends. People, who work hard every day to provide a better future for those around us.
Some of us consider ourselves progressive, others conservative. Some of us are believers, some not. Some of us have clearly defined ideologies, others are apolitical, but we are all concerned and angry about the political, economic, and social outlook which we see around us: corruption among politicians, businessmen, bankers, leaving us helpless, without a voice.
This situation has become normal, a daily suffering, without hope. But if we join forces, we can change it. It’s time to change things, time to build a better society together. Therefore, we strongly argue that:

  • The priorities of any advanced society must be equality, progress, solidarity, freedom of culture, sustainability and development, welfare and people’s happiness.
  • These are inalienable truths that we should abide by in our society: the right to housing, employment, culture, health, education, political participation, free personal development, and consumer rights for a healthy and happy life.
  • The current status of our government and economic system does not take care of these rights, and in many ways is an obstacle to human progress. 

17.4.11

Quel gran pezzo dell’Alberto

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Di sicuro l'alternativa che si presenta è: o si lascia che le cose vadano per il loro verso onde garantire il rispetto formale delle regole democratiche (per es., l'esistenza di una maggioranza parlamentare tetragona a ogni dubbio e disponibile ad ogni vergogna e ogni malaffare); oppure si preferisce incidere il bubbone, nel rispetto dei valori democratici superiori (ripeto: lo Stato di diritto, la separazione dei poteri, la difesa e la tutela del «pubblico» in tutte le sue forme, la prospettiva, che deve restare sempre presente, dell'alternanza di governo), chiudendo di forza questa fase esattamente allo scopo di aprirne subito dopo un'altra tutta diversa.
Io non avrei dubbi: è arrivato in Italia quel momento fatale in cui, se non si arresta il processo e si torna indietro, non resta che correre senza più rimedi né ostacoli verso il precipizio.

Alberto Asor Rosa, Non c'è più tempo, Il Manifesto.

9.1.11

La guerra di Silvio

O Panorama, la palla del peacekeeping, il pudore perduto e l’eversione al governo

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Fatto Quotidiano: “Stiamo trasgredendo l’articolo 11 della Costituzione?”

Generale Fabio Mini: “Far rispettare l’articolo 11 alla lettera (L’Italia ripudia la guerra, ndr) sarebbe ottimo, tuttavia il diritto internazionale, autorizzando l’intervento armato in casi particolari, di fatto permette di aggirare l’articolo 11. Dobbiamo quindi badare alla sostanza, che è quella di far riconoscere a tutti che siamo in guerra, in un teatro di guerra, contro avversari che ci fanno la guerra”.

Roberta Zunini, La Russa o il capo dell’esercito: chi si dimette? da Il Fatto Quotidiano, 8 gennaio 2011.


In questi giorni. Già la volontà espressa dall’ultimo povero alpino ucciso in Afghanistan sentita da qualche parte, di essere sepolto tra i caduti di guerra mi aveva fatto suonare come una sgradevole dissonanza. Caduti di guerra.

Oggi poi mi sono sciaguratamente imbattuto nell’ultimo rivoltante numero della rivista Panorama, che ormai gettata ogni maschera stride a un ritmo folle una sgualdrinesca tiritera che è quanto di più simile riescono evidentemente a fare le fiaccate penne della casa al levare un canto di lode verso l’editore di fatto e presidente del consiglio dei ministri: in copertina campeggia un faccione con la scritta “La mia guerra”. Guerra.

Poi la realpolitik del Generale Mini qua sopra.

Fa pensare.

A ragazzi di vent’anni ammazzati in terre lontane, tanto diverse da casa loro. Mandati al macello con vacue fanfare nelle orecchie e negli occhi il mito stantio della divisa. Perché l’Italia ripudia la guerra.

L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

La gente che l’aveva fatta, la guerra, aveva perso abbastanza amici, parenti, conoscenti e nemici da non volerci più ricapitare. Non erano degli hippy fumati come sembrano sempre sottintendere i realisti di oggi.

L’Italia ripudia la guerra perché dall’ultimo conflitto mondiale chi voleva capire ha capito che un conto son due eserciti che si scontrano, si danno di sciabola, e poi si siedono a un tavolo e decidono chi ha vinto si prende questo, chi ha perso si gioca quest’altro, e un conto è radere al suolo delle città, annichilire popoli.

Vieppiù nell’era moderna, in cui ogni guerra si è trasformata in un pantano di belligeranze e tensioni latenti senza una fine. L’Afghanistan e l’Iraq.

Fa pensare.

Ma bisogna fare violenza sulla propria mente per figurarsi in che agghiacciante fantasmagoria distopica si sarebbe potuto immaginare un mondo dove un individuo dello spessore di George Walker-Texas-Ranger Bush può avere tra le mani le leve di un congegno militare che può costare la vita a centinaia di migliaia di persone innocenti; semplicemente così. Perché gli è venuto in mente. E in cui un attempato ex cabarettista meneghino, divenuto misteriosamente ricco, divenuto misteriosamente potente al seguito di una classe dirigente più interessata ad amministrare il proprio che la cosa pubblica, divenuto ormai non più misteriosamente proprietario di un paese e di tutto ciò che contiene tra una villa, due mignotte e una tricoplastica, possa, in aperta violazione della Costituzione, sprofondare il paese di cui è proprietario in vicende belliche che niente hanno a che fare con gli interessi nazionali, ignaro delle conseguenze. Un clown dalle mani lorde del sangue di giovani troppo giovani, troppo avventati e troppo poco informati per sapere cosa vanno a fare.

Perché – checché ne dica notte e dì l’ormai inguardabile Massimo Fini – qua non c’è nessuna “razza Piave” da onorare come liberatrice di alcun Piave, ma dei ragazzini con troppi cazzi in testa che, tra fabbrichetta, disoccupazione, reality show e celodurismo, scelgono la divisa e vanno a sparare a della gente che non sa perché, senza sapere loro stessi perché. Giocano alla guerra e poi ci restano. E io ne ho pietà perché muoiono giovani, vittime due volte di un paese che non gli dà opportunità e li nutre di bugie.

La guerra di Silvio. Camuffata da “missione”, nascosta dietro le foto coi bambinetti, falsa, farsa, e inutile; ma pericolosa.

Senza senso.

8.1.11

L’inganno delle parole

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Non dite al liberalissimo Piero Ostellino che quasi due secoli fa il liberale Alexis de Tocqueville aveva capito cose che lui mostra di non avere ancora capito adesso. Per esempio che nelle nazioni sviluppate, la democrazia fondata sul sacro e indiscutibile “verdetto popolare” scivola facilmente in una sorta di dispotismo “dolce”, in una “servitù regolata, mi-te e pacifica”, che si combina “meglio di quanto si immagini con alcune forme esteriori della libertà”. Questo perché, scriveva il pellegrino francese nel 1835 di ritorno dal nuovo mondo, “i nostri contemporanei sono continuamente tormentati da due passioni contrastanti: provano il bisogno di essere guidati e la voglia di restare liberi. Non potendo liberarsi né dell’uno né dell’altro di questi istinti contrari , cercano di soddisfarli entrambi contemporaneamente. Immaginano un potere unico, tutelare, onnipotente, ma eletto dai cittadini”.

È FIN TROPPO banale, col senno di poi, leggere in queste parole un’anticipazione profetica di quello che è oggi il Popolo della libertà. Ma sarebbe una forzatura ridicola e insidiosa, che si può agevolmente ribaltare in chiave autoconsolatoria: se la democrazia era già in crisi nell’America dell’Ottocento, se la dittatura della maggioranza esiste dai tempi di Tocqueville, se fin da allora i cittadini abdicano volentieri al “libero arbitrio” per diventare sudditi, perché inveire contro il populismo del Cavaliere? Non siamo di fronte a un bubbone scoppiato all’improvviso, ma a un fenomeno che rientra nella normale epidemiologia dei sistemi politici moderni, e non resta che prenderne atto, come ci invitano a fare quasi quotidianamente i soloni “liberali” del Corriere della Sera, tanto inflessibili con “la piazza” quanto indulgenti verso il Palazzo (Grazioli).

Riccardo Chiaberge, QUELLE DERIVE DISPOTICHE TRA MARX E B., FQ, p. 14.

È da tanto che la democrazia, assunta la lettera maiuscola ed esibita in varie salse quale somma prova di autorevolezza politica da autorevoli personalità politiche come George W. Bush e Silvio Berlusconi, è diventata un totem lessicale in nome del quale si è persino uccisa della gente, per esportare questo presupposto del nostro vivere civile si è detto, che la vita civile gli uomini politicamente autorevoli son capaci di esportarla, come le banane e il nickel in pani, ma ci vuol autorevolezza; e nessuno sembrava volere o poter mettere dei freni alla deriva.

Ora c’è questo saggio di Michele Ciliberto, docente alla Normale di Pisa, che solo il titolo, Democrazia dispotica (Laterza) fa venir voglia; speriamo.

12.11.10

Can you picture what will be

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Eccola. La caduta simultanea di tutti i pilastri, l’implosione di un sistema di potere fondato sul sangue e nutrito di palle e spot, con grandi sfondi blu. La nuvoletta bianca fantozziana finalmente si dirada come la confusione dopo il risveglio da un incubo, e scopre un paesaggio di sfascio e macerie.

Ma almeno è la verità. Almeno è la fine.

Il cerchio si chiude.

10.10.10

Altrimenti ci arrabbiamo

O L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

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Poi dopo bombardati, speriamo che questi talebani pidocchi si convincano che siam lì per peacekeeping. Se no, giù fosforo bianco.


9.10.10

Che disdetta

Lasciare il carroarmato a casa quando era proprio la volta che invece ti serviva

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In strada, nel quartiere est della città, un gruppo di ragazzini a volto coperto lancia delle pietre contro l'automobile di David Beeri, esponente di un'organizzazione di estrema destra israeliana. L'uomo alla guida del veicolo investe due dei ragazzini: uno viene lanciato in aria, rimbalza sul vetro anteriore dell'auto prima di cadere a terra. Il ragazzino si è rotto una gamba, l'altro è stato portato in ospedale con una scheggia di vetro nel braccio. La sequenza dell'incidente è stata fotografata dai reporter presenti. Beeri ha dichiarato di aver temuto per la sua vita e per quella di suo figlio e aver tentato la fuga (di BENEDETTA PERILLI).

Repubblica.it